Pallotta Stadium e Business Park: è ora di mettere la parola fine!

La chiusura formale della Conferenza dei servizi il 3 marzo scorso è stata un capolavoro dell’azzeccagarbuglismo all’italiana. Da una parte, infatti, la Regione ha respinto le richieste di ulteriore sospensione presentate rispettivamente da Eurnova (che neanche ne aveva titolo, essendo un soggetto privato) e dalla Raggi, in ossequio all’accordo raggiunto con il palazzinaro di turno, e quindi ci si poteva aspettare una decisione di bocciatura del progetto visto che il punteggio sui pareri era stato impietoso: 3 a 1 per il parere negativo (di Comune, Città Metropolitana e Regione) contro quello positivo (ma con prescrizioni) dello Stato. Inoltre hanno un peso non indifferente anche la VIA negativa e il vincolo sul vecchio ippodromo posto dalla Soprintendenza.

A fronte di tutto ciò sarebbe stato lecito aspettarsi una conclusione in linea con i pronunciamenti delle istituzioni preposte e invece no. La presidente della Conferenza dei servizi, Manuela Manetti, dopo aver annunciato che loro avevano già in testa l’idea con cui sarebbero usciti ufficialmente ed aver richiesto un quarto d’ora per raccogliere le idee, si ritirava con la sua corte e ricompariva solo dopo quasi tre ore di attesa, dichiarando sì conclusa la Cds, e quindi negando la possibilità di poter ricevere nuovi documenti, ma d’altra parte riservando di pronunciarsi solo il 5 aprile, cioè allo scadere dei sei mesi previsti dalla legge e prendendosi quindi un altro mese di riflessione, durante il quale possono essere però presentati ulteriori chiarimenti e/o delucidazioni!

Formidabile!

Negli ultimi giorni si sono poi succedute a raffica interviste e dichiarazioni della sindaca e di esponenti del M5S, nonché degli ambienti della Roma Calcio che annunciavano l’accordo raggiunto e quindi un nuovo progetto che dovrebbe diventare definitivo. Progetto che è bene dire non esiste, se non nei comunicati stampa o nelle dichiarazioni interessate di questo o quello.

Il tentativo della Raggi e dei suoi amici costruttori di far passare la cancellazione dei grattacieli (ma la conferma del Business Park con 18 palazzine alte 7 piani) come modifica del progetto esistente è davvero penoso: nemmeno una matricola di architettura potrebbe accettare tanta dabbenaggine.

Ma qual è la posta in gioco? Il gioco del passaggio del cerino acceso fra Comune e Regione continua, nell’attesa di vedere chi si brucia. E nel frattempo si alimenta ad arte la confusione. Il Comune ha fatto l’accordo con i palazzinari svendendo tutto quanto di buono aveva fatto nella passata legislatura e rimangiandosi le proprie posizioni (vedi gli interventi di Frongia nel 2014 direttamente ispirati dal Comitato Difendiamo Tor di Valle dal cemento) e vuole che sia la Regione eventualmente a bocciare il progetto. La Regione chiede atti formali al Comune nel tentativo di addossare alla giunta Raggi la colpa della devastazione. Ma nessuno dei due contendenti vuole essere quello che dice no ai tifosi romanisti.

Il consiglio comunale straordinario su Tor di Valle del 23 marzo nella sua inconsistenza e nella sua sciatteria è stato esemplare per dimostrare quanto inaffidabili siano tanto i 5 stelle che il PD. Gli interventi parlavano del nulla, c’era chi rimpiangeva la delibera 132 (quella di Caudo) e chi difendeva l’accordo con i palazzinari di pochi giorni prima, in base al quale non si capisce bene come e perché la Roma Lido in assenza di finanziamenti dovrebbe magicamente trasportare 20.000 passeggeri l’ora, la FL1 delle Ferrovie altri 7.500 e altre stupidaggini varie. Un vero spasso. L’unica voce sana in quella palude maleodorante è stata quella di Fassina, a testimonianza del fatto che volendo si può stare dalla parte della gente e non del potere.

L’unica cosa vera che si poteva fare non si è fatta: prendere la delibera Caudo, che afferma perentoriamente che se almeno una delle prescrizioni indicate non si realizza tutto il progetto decade, constatare che il ramo di metropolitana da Magliana a Tor di Valle tecnicamente non si può fare e quindi dichiarare decaduta la delibera.

Perché una cosa così semplice non si fa? Perché politicamente Tor di Valle rappresenta uno spartiacque in tutti i sensi. Dimostra che a Roma comandano i palazzinari e i poteri forti, a partire dalle banche (vedi il ruolo di Unicredit in tutta la vicenda) e i sindaci sono solo degli zerbini a servizio, hanno cioè il compito di eseguire ciò che viene deciso altrove, facendolo digerire ai cittadini. Alla faccia della trasparenza e della partecipazione!

Nostro compito è quindi quello di continuare a denunciare sia i tentativi di speculazione ai danni dei cittadini che la complicità delle istituzioni e indicare le alternative: a Tor di Valle ci vuole un Parco Fluviale attrezzato aperto e fruibile dalla cittadinanza, non una cascata di cemento! Le istituzioni devono servire i cittadini e non il potente di turno.

Continueremo la battaglia consapevoli del fatto che la gente la pensa come noi.

3 aprile 2017

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